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Pdl: repulisti. Fini rifonda An per fermare le riforme
E IL NEMICO USCĺ ALLO SCOPERTO
Vero bersaglio dell'ex segretario missino è il federalismo fiscale
Il Pd a Bossi: riforme in cambio del tradimento
(Aggiornamento)
di Giulio Ferrari. Milàn – Pronta l'arma finale, un “partito sfascista” votato a far cadere il governo. E' l'estrema ratio per fermare il federalismo fiscale che, sotto la spinta della Lega, procede a pieno ritmo. Tutto si tiene. Gianfranco Fini, nel corso del suo ultimo attacco a Silvio Berlusconi aveva svelato il gioco, sentenziando che “la spesa standard (l'adeguamento degli enti locali meridionali ai criteri di efficienza e virtuosità delle regioni padane) danneggia il Sud”. Poi aveva spostato il tiro su una presunta questione morale nel Pdl (“via dal partito gli indagati”). Messaggio chiaro, come uno più uno fa due: Fini avrebbe messo in causa la legittimità della leadership del Cavaliere se non fosse stato fermato il cammino del federalismo fiscale.

PLOTONE D'ESECUZIONE. Forse inattesa una reazione così pronta da Berlusconi che ha spedito il presidente della Camera e i suoi seguaci dritti-dritti davanti al plotone di esecuzione: l'Ufficio di presidenza del Pdl, giovedì sera, ha bollato le prese di posizione di Fini come incompatibili con la permanenza nel partito, auspicandone anche le dimissioni da quel ruolo di presidenza della Camera che presuppone la fiducia nell'imparzialità venuta a mancare. Così il Cavaliere ha stanato l'ex pupillo di Giorgio Almirante, a questo punto costretto a scoprire le sue batterie per rintuzzare la carica nemica. Da tempo già in laboratorio, ecco il fiammante partito finiano che si presenta alla Camera con 31 deputati.

RASSICURARE IL SENATUR. Ancora qualche incertezza sul nome della formazione finiana: Azione nazionale o Nazione e libertà le prime ipotesi, poi la scelta di Futuro e libertà, una sigla che ricorda un po' quel Fascismo e libertà di Giorgio Pisanò. Dettagli, ma quello che conta sono i numeri per ostacolare le riforme. Un problema serio non tanto per il governo, che può reggere, quanto per Umberto Bossi. Il Senatur si era conquistato a fatica la non belligeranza della sinistra sul suo federalismo fiscale. Adesso si troverà la fronda di destra (ammesso che Fini e i suoi possano essere considerati tali): tutto sommato, commenta un deputato leghista, “meglio un nemico uscito alla scoperto di un falso amico che spara alla schiena”. Intanto il segretario della Lega, presente anche Roberto Calderoli, ha avuto un colloquio di quasi un'ora con Silvio Berlusconi: Bossi vuole la garanzia che il federalismo fiscale andrà avanti senza danni.

BERSANI AL LAVORO. Anche se Berlusconi continua ad assicurare che “i numeri per governare ci sono”, in realtà sulla carta non c’è più una maggioranza stabile. Un problema non da poco per Bossi, che rischia di mancare per l'ennesima volta l'obiettivo federalista. Molto più di un rischio per Giancarlo Giorgetti, secondo quanto pubblicato da alcuni giornali: «Con i numeri che ha Fini – avrebbe dichiarato il segretario della Lega lombarda - è chiaro che non avremo più il federalismo con questo governo”. Intanto la sinistra si sta tuffando su Bossi per convincerlo a dare il colpo di grazia a Berlusconi in cambio del federalismo. Pier Luigi Bersani ha chiesto e subito ottenuto un mandato dal vertice del Pd per proporre a Bossi lo scambio tra un federalismo solidale e una riforma elettorale alla tedesca. Chi mantiene il sangue freddo e la barra dritta è Roberto Maroni: “Coi numeri ridotti – ha detto – si lavorerà anche meglio”.

BOSSI RESPINGE AVANCES. Nella serata di sabato, alla festa della Lega Nord di Colico, Umberto Bossi ha respinto qualsiasi ipotesi di ribaltone sotto forma di governo tecnico. "La Lega - ha detto - fortunatamente ha qualcosa come 20 milioni di uomini pronti a battersi fino alla fine. Se non c'è democrazia nel Paese, la portiamo noi". "Noi preferiamo andare ad elezioni piuttosto che avere un governo tecnico, ma per il momento - ha concluso - non c'è il rischio di tornare alle urne".

30 luglio 2010 (aggiornato al 31 luglio 2010)


Di seguito pubblichiamo la risoluzione dell'Ufficio di Presidenza del Pdl che condanna le prese di posizione di Fini e dei suoi.


“L'Italia necessita di profondi cambiamenti sia nella sfera economica che in quella politica e istituzionale. L'azione del nostro governo presieduto da Silvio Berlusconi e la nascita del Pdl rappresentano ciascuno nella propria sfera, la risposta più efficace alla crisi del Paese. Il governo ha dovuto agire nel pieno della crisi economica più grave dopo quella del 1929, riuscendo ad evitare, da un lato, gli effetti più dirompenti della crisi sul tenore di vita delle famiglie e dei lavoratori, e, dall'altro lato, preservando la pace sociale e la tenuta dei conti pubblici. Con la nascita del Pdl, dall'altra parte, la vita politica italiana ha fatto un ulteriore passo in avanti verso la semplificazione e il bipolarismo. Occorre aggiungere che, in questi anni, gli elettori hanno sostenuto e premiato sia l'azione del governo che la nuova realtà politica rappresentata dal Pdl".

"Immediatamente dopo il nostro congresso fondativo, tuttavia, e soprattutto dopo le elezioni regionali, sono intervenute delle novità che hanno mutato profondamente la situazione, al punto da richiedere oggi una decisione risolutiva. Invece di interpretare correttamente la chiara volontà degli elettori, nella vita politica italiana hanno ripreso vigore mai spente velleità di dare una spallata al governo in carica attraverso l'uso politico della giustizia e sulla base di una campagna mediatica e scandalistica, indirizzata contro il governo e il nostro partito, che non ha precedenti nella storia di un Paese democratico. L'opposizione, purtroppo, non ha cambiato atteggiamento rispetto al passato, preferendo cavalcare l'uso politico delle inchieste giudiziarie e le speculazioni della stampa piuttosto che condurre un'opposizione costruttiva con uno spirito riformista".

"Ciò che non era prevedibile è il ruolo politico assunto dall'attuale Presidente della Camera. Soprattutto dopo il voto delle regionali che ha rafforzato il governo e il ruolo del Pdl, l'On. Gianfranco Fini ha via via evidenziato un profilo politico di opposizione al governo, al partito ed alla persona del Presidente del Consiglio. Non si tratta beninteso di mettere in discussione la possibilità di esprimere il proprio dissenso in un partito democratico, possibilità che non è mai stata minimamente limitata o resa impossibile. Al contrario, il Pdl si è contraddistinto dal momento in cui è stato fondato per l'ampia discussione che si è svolta all'interno degli organismi democraticamente eletti".

"Le posizioni dell'On. Fini si sono manifestate sempre di più, non come un legittimo dissenso, bensì come uno stillicidio di distinguo  o contrarietà nei confronti del programma di governo sottoscritto con gli elettori.e votato dalle Camere, come una critica demolitoria alle decisioni prese dal partito, peraltro note e condivise da tutti, e infine come un attacco sistematico diretto al ruolo e alla figura del Presidente del Consiglio. In particolare, l'On. Fini e taluni dei  parlamentari che a lui fanno riferimento hanno costantemente formulato orientamenti e perfino proposte di legge su temi qualificanti come ad esempio la cittadinanza breve e il voto agli extracomunitari che confliggono apertamente con il programma che la maggioranza ha sottoscritto solennemente con gli elettori".

"Sulla legge elettorale, vi è stata una apertura inaspettata a tesi che contrastano con le costanti posizioni tenute da sempre dal centro-destra e dallo stesso Fini. Persino il tema della legalità per il quale è innegabile il successo del Governo e della maggioranza in termini di contrasto alla criminalità di ogni tipo e di riduzione dell'immigrazione clandestina, è stato impropriamente utilizzato per alimentare polemiche interne. Il PdL proseguirà con decisione nell'opera di difesa della legalità, a tutti i livelli, ma non possiamo accettare giudizi sommari fondati su anticipazioni mediatiche".

"Le cronache giornalistiche degli ultimi mesi testimoniano d'altronde meglio di ogni esempio la distanza crescente tra le posizioni del PDL, quelle dell'0n. Fini e dei suoi sostenitori, sebbene tra questi non siano mancati coloro che hanno seriamente lavorato per riportare il tutto nell'alveo di una corretta e fisiologica dialettica politica. Tutto ciò è tanto più grave considerando il ruolo istituzionale ricoperto dall'On. Fini, un ruolo che è sempre stato ispirato nella storia della nostra Repubblica ad equilibrio e moderazione nei pronunciamenti di carattere politico, pur senza rinunciare alla propria appartenenza politica. Mai prima d'ora è avvenuto che il presidente della Camera assumesse un ruolo politico così pronunciato perfino nella polemica di partito e nell'attualità contingente, rinunciando ad un tempo alla propria imparzialità istituzionale e ad un minimo di ragionevoli rapporti di solidarietà con il proprio partito e con la maggioranza che lo ha designato alla carica che ricopre. L'unico breve periodo in cui Fini ha "rivendicato"nei fatti un ruolo superpartes è stato durante la campagna elettorale per le regionali al fine di giustificare l'assenza di un suo sostegno ai candidati del PDL".

"I nostri elettori non tollerano più che nei confronti del governo vi sia  un atteggiamento di opposizione permanente , spesso oggettivamente  in sintonia  con posizioni e temi della sinistra e delle altre forze contrarie alla maggioranza, condotto per di più da uno dei vertici delle istituzioni di garanzia.  Non sono più disposti ad accettare una forma di dissenso all'interno del partito che si manifesta nella forma di una vera e propria opposizione, con tanto di struttura organizzativa, tesseramento e iniziative, prefigurando già l'esistenza sul territorio e in Parlamento di un vero e proprio partito nel partito, pronto, addirittura, a dar vita a una nuova aggregazione politica alternativa al PDL. I nostri elettori, inoltre, ci chiedono a gran voce di non abbandonare la nuova concezione della politica, per la quale è nato il Pdl, che si fonda su una chiara cornice culturale e di valori, sulla scelta di un chiaro e definito programma di governo, su una compatta maggioranza di governo e sull'indicazione di un Presidente del Consiglio, in una logica di alternanza fra schieramenti alternativi".

"Questo atteggiamento di opposizione sistematica al nostro partito  e nei confronti del governo che, ripetiamo, nulla ha a che vedere con un dissenso che legittimamente può essere esercitato all'interno del partito,  ha già creato gravi conseguenze sull'orientamento dell'opinione pubblica e soprattutto dei nostri elettori, sempre più sconcertati per un atteggiamento che mina alla base gli sforzi positivi messi in atto per amalgamare le diverse tradizioni politiche che si riconoscono nel Pdl e per costruire un nuovo movimento politico unitario di tutti coloro che non si riconoscono in questa sinistra. La condivisione di principi comuni e il vincolo di solidarietà con i propri compagni di partito sono fondamenti imprescindibili dell'appartenenza a una forza politica. Partecipare attivamente e pubblicamente a quel gioco al massacro che vorrebbe consegnare alle Procure della Repubblica, agli organi di stampa e ai nostri avversari politici i tempi, i modi e perfino i contenuti della definizione degli organigrammi di partito e la composizione degli organi istituzionali, è incompatibile con la storia dei moderati e dei liberali italiani che si riconoscono nel Popolo della Libertà".

"Si milita nello stesso partito quando si avverte il vincolo della comune appartenenza e della solidarietà fra i consociati. Si sta nel Popolo della Libertà quando ci si riconosce nei principi del popolarismo europeo che al primo posto mettono la persona e la sua dignità. Assecondare qualsiasi tentativo di uso politico della giustizia; porre in contraddizione la legalità e il garantismo; mostrarsi esitanti nel respingere i teoremi che vorrebbero fondare la storia degli ultimi sedici anni su un "patto criminale" con quella mafia che mai come in questi due anni è stata contrastata con tanta durezza e con tanta efficacia, significherebbe contraddire la nostra storia e la nostra identità. Per queste ragioni questo ufficio di Presidenza considera le posizioni dell'On. Fini assolutamente incompatibili con i principi ispiratori del Popolo della Libertà, con gli impegni assunti con gli elettori e con l'attività politica del Popolo della Libertà. Di conseguenza viene meno anche la fiducia del PdL nei confronti del ruolo di garanzia di Presidente della Camera indicato dalla maggioranza che ha vinto le elezioni. L'Ufficio di Presidenza del Popolo della Libertà ha inoltre condiviso la decisione del Comitato di Coordinamento di deferire ai Probiviri gli onorevoli Bocchino, Granata e Briguglio”.


30 luglio 2010 (aggiornato al 31 luglio)

 

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