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Il “caso Brancher”, la Lega e l'utilità d'ascoltare Di Pietro
Caro direttore,
sono da sempre elettrice della Lega Nord ed ho sempre guardato con fiducia alle scelte della sua classe dirigente, ma adesso comincio ad avere delle perplessità: non mi riferisco tanto alla via federalista piuttosto che all'opzione secessionista o autonomista, ma al contesto in cui si opera per per conseguire tale risultato. Mi spiace dirlo ma a volte c'è l'impressione che per arrivare al federalismo si sia sacrificata almeno in parte la forte tensione moralizzatrice che è stata una delle molle della Lega nel periodo di Tangentopoli.

Spero che l'ultima imbarazzante vicenda, quella del neo ministro Brancher, si risolva in una bolla di sapone, però resta il sospetto che qualcuno abbia cercato di servirsi proprio del Federalismo per scansare i suoi problemi con la giustizia avvalendosi del “legittimo impedimento” ministeriale. La Lega, mi si permetta questa critica sofferta!, non è stata abbastanza vigile in questa circostanza e, più in generale, mi pare che tale “vigilanza”, tale rigore, su tante piccole-grandi cose stia un po' scemando.

Certo, ci vuole altro, mi dirà lei ed ha ragione se pensiamo alla consuetudine clientelare e parassitaria della sinistra, ma da leghista voglio esprimere la mia preoccupazione perchè vedo che una certa disinvoltura “italiana” si sta facendo strada in ambiti che avrei sempre voluto al di sopra di ogni critica. A questo punto, caro direttore, accetti la mia provocazione: siamo sicuri che Di Pietro non abbia proprio nulla da dirci?

Laura Martinelli


Gentile signora,
la capisco bene, purtroppo. I padani di “buon sangue” come lei conservano della loro gente e della loro terra la visione idealizzata d'una cinquantina d'anni fa, quando la parola data andava mantenuta, un appuntamento o un impegno venivano rispettati con scrupolosa puntualità e in pochi chiudevano a chiave l'uscio di casa. Ora la “Padania felix” dei tempi andati è un ricordo consolante per chi ha avuto la fortuna di conoscerla, e un sogno del futuro per le giovani generazione soffocate dal levantinismo d'importazione e dal pattume d'oltreoceano che quotidianamente il cassonetto televisivo ci propina.

E' vero quel che lei dice: nella nostra società, dunque anche in politica, sembra che il merito più considerevole sia diventato quello della furbizia, una “qualità” che la nostra gente non ha mai apprezzato, e che a noi de il Padano ancora ripugna.

Allora, cara lettrice, io accolgo la sua “provocazione” e le rispondo che, a parer mio, Antonio Di Pietro andrebbe sempre ascoltato. Non solo quando si offre come compagno di strada verso la meta del federalismo fiscale ma anche quando, a proposito o meno, solleva questioni morali. Sia chiaro: nella sostanza l'ex pm di Mani pulite non dice nulla di nuovo alla coscienza dei padani, e non so neppure se sia sempre all'altezza del ruolo che si è ritagliato, ma la sua sirena d'allarme può aiutarci a tener desto il nostro senso del rigore.


G. F.

 

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