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Per “la Padania” la Schiavone è milanese. E lo “ius sanguinis”?
Egregio direttore,
leggo in prima pagina su la Padania questo titolo: “E a Parigi trionfa la milanese Schiavone”. Il cognome e l'aspetto, non propriamente meneghini, non dicono nulla al titolista? Al tempo, cara “Padania”: Francesca Schiavone è nata a Milano, ma è Irpina a tutti gli effetti. La famiglia è avellinese e dunque lo è anche lei. Il ministro Maroni ha dichiato che “siamo contrari allo ius soli”, vuol dire che non riconosce il valore della nascita in un suolo determinato come requisito per ottenerne qualità e cittadinanza. Per la Lega vale dunque lo ius sanguinis, il diritto del sangue. Ebbene, nelle vene della tennista non c'è una sola goccia di sangue padano, men che meno milanese: è una irpina purosangue, come Ciriaco De Mita di democristiana memoria. Nessuno fraintenda: non si tratta di sminuire il valore atletico della Schiavone. Ha vinto a Parigi: brava, e che l'Irpinia se ne vanti. Non credo che Milano abbia bisogno di rubare ad Avellino un titolo sportivo! Se ragioniamo in termini di ius sanguinis, ed è un ragionamento di buon senso e di tradizione, le cose stanno esattamente così. A meno che in Padania lo ius sanguinis valga solo per africani, albanesi ed extracomunitari... Ma, in tal caso, si scadrebbe nel più deprecabile razzismo: perchè può essere considerato padano e milanese un italiano nato a Milano e non un romeno, allo stesso modo, venuto al mondo sotto la Madonnina? Non ci sono storie. Se la Padania è nazione, cioè unità di terra e sangue, e se è lo ius sanguinis a fare la differenza, allora la Schiavone e la sua famiglia non possono essere considerati milanesi tout court, ma semmai milanesi d'adozione. Va bene lo stesso, per lei e per noi, però lasciamo che siano soprattutto gli avellinesi a sentirsi orgogliosi per la conquista del Roland Garros.

Luca Citterio

 

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